Un nuovo libro: Roma tagliata male

Roma tagliata maleAbbiamo scritto un libro (è un ebook che potete comprare sul sito della casa editrice Terrelibere.org e su tutti i principali store online), si intitola “Roma tagliata male” e ha un sottotitolo eloquente: “Il sistema droga: così le mafie succhiano il sangue della Capitale”, la cura è mia. Per la prima volta si pubblica un’inchiesta completa sul sistema della droga a Roma. E’ un lavoro collettivo, importante. E voglio ringraziare tutti quelli che hanno scritto: ci sono gli interventi di Igiaba Scego e Luca Manzi e ci sono i testi di Rosamaria Aquino, Diego Carmignani, Marco Carta, Danilo Chirico, Lara Facondi, Eleonora Farnisi, Chiara Gelato, Vincenzo Imperitura, Lorenzo Misuraca, Ambra Murè, Luigi Politano, Luca Salici e Carmen Vogani.
Tutti gli introiti vanno alla Mediateca antimafie intitolata a Giuseppe Valarioti che si trova nella sede di daSud in via Gentile da Mogliano 170 a Roma, nella zona del Pigneto.

Questa è la quarta di copertina di “Roma tagliata male”:

Un libro collettivo racconta per la prima volta l`impero della droga a Roma. I distributori, lo spaccio e il consumo. Ma anche un`economia parallela che alimenta e distrugge periferie e piccoli spacciatori, diffonde eroina, impone nuovi prodotti chimici. E mentre i cittadini chiedono “sicurezza”, non si parla di antiproibizionismo e le carceri sono piene di consumatori

Biscotto, Biondino e Pippetto girano su maxiscooter, pistole in mano come a Scampia. «Pjiamose Roma» è il loro motto. Sono i distributori. ‘Ndrangheta e camorra fanno arrivare la coca dal Sudamerica. I siciliani di Ostia si occupano dell`eroina. È la filiera della droga. All`ultimo livello, manovalanza violenta, poveracci che arrotondano, ma anche ultras e neofascisti. Maneggiano coca, menano e non contano niente. Cani da guardia con licenza di gambizzare. C`è chi garantisce impunità: «Le guardie sanno chi va bevuto e chi va lasciato stare». Le mafie non stanno nelle piazze di spaccio, le governano con i soldi. Non le fermeranno le videocamere o l`ossessione securitaria.

I monumenti della città turistica nascondono le cittadelle della droga. San Lorenzo e Pigneto. San Basilio e Tor Bella Monaca. Nel 2012 sono stati sequestrati nella capitale 5500 chili di coca. Un fiume bianco che stravolge la società e l`economia. La droga si sta mangiando Roma e succhia il sangue della città che in Italia ne consuma di più. I soldi del commercio illegale controllano pezzi sempre più consistenti di economia. Intere periferie vivono con le briciole dei traffici.

Eppure l`argomento è ancora tabù.  Non si parla di antiproibizionismo e le carceri sono piene di consumatori.

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Perché / #fattidimafia

Se loro spacciano abbiamo perso tutti – di Igiaba Scego

1.

1.1. La caduta degli dei

1.2. Un fiume in piena verso la città

1.3. Boss, broker, ultras e pesci piccoli: il sistema “a strati”

1.4 Prigione o vacanza dorata?

2.

2.1 Le piazze dello spaccio

2.2 Un funerale celebrato troppo presto

2.3. Tirare tutti, bene e finché dura

2.4. Chemical revolution

2.5. Alla ricerca di una nuova identità

3.

3.1. La droga dietro le sbarre

3.2. Leggi da buttare

4.

4.1. Trainspotting alla romana

4.2. La Roma delle pere e degli schizzetti

5.

5.1. Un sistema da rifare

Capitale in nero – Soldi, sangue e potere

Il quadro è unico. La droga e l’usura, gli omicidi e le gambizzazioni, il gioco d’azzardo e il riciclaggio del denaro sporco. I clan della ‘ndran- gheta e della camorra e le bande che seminano il panico nelle borgate, i professionisti che amano il denaro facile e i politici che di facile amano gli affari degli amici e i pacchetti di voti. Tutto si tiene, grazie a un filo rosso, rovente e pericoloso. Chi sbaglia a toccarlo muore, chi lo sa maneggiare diventa maledettamente ricco, e potente. In mezzo i romani. Che ancora non sanno (o vogliono) vedere, complice una politica tutta impegnata a difendere solo un malinteso senso del decoro di una Capitale in pericolo.

Un quadro unico

Il quadro è unico. Ed è complesso e mag- matico, pieno di insidie e sfumature. È particolarmente difficile allora collocare le mille tessere di un puzzle abitato da vecchi e nuovi poteri e personaggi. Ad offrire una chiave di interpretazione è il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Intervistato dal Tgr sull’emergen- za omicidi, risponde così: «È una cosa che può anche esserci». Colpisce però che orienti subito la sua riflessione in un’altra direzione: «Il problema di Roma invece è negli investimenti che le cosche criminali cercano di fare o nelle attività commerciali o imprenditoriali», grazie anche all’apporto «di commercialisti o professionisti». Bisogna seguire i soldi, allora. La stessa traccia su cui insiste anche il prefetto, Giuseppe Pecoraro, che intervistato dal Corriere della Sera, prima se la prende con i sociologi che «fanno allarmismo, danneggiano l’immagine della città e del Paese», ma poi riconosce che la malavita organizzata c’è «perché investe sul mercato, in attività commerciali e nel riciclaggio». Vale la pena, allora, partire dal vorticoso e gigantesco giro d’affari della Capitale: dalle grandi speculazioni finanziarie e immobiliari, dall’industria del turismo (hotel e ristoranti) che comincia a puzzare di ‘ndrangheta, dai centri commerciali delle periferie che invece sembrano finiti in mano alla camorra, dal gioco d’azzardo (legale e illegale). Dalla droga, innanzitutto: in città arrivano ogni giorno quantità inimmaginabili di stupefacenti. Passano attraverso quel «buco nero che è la dogana di Fiumicino» e dal porto di Civitavecchia. Un business miliardario in mano alla ‘ndrangheta, che gestisce rapporti privilegiati con i narcos sudamericani e messicani, e alla camorra. I clan operano quasi sempre senza pestarsi i piedi: si limitano a gestire gli affari più grossi e a fare da broker per le bande locali che con il piombo dei proiettili, per dirla con il capo della Direzione distrettuale antimafia, Giancarlo Capaldo, «si stanno contendendo il territorio».

Ma per capire cosa accade bisogna con- centrare l’attenzione anche su un altro affare tradizionale della mala romana: l’usura (vedi articolo a pag. 15). Que- stioni di sempre, come spiega nel 1991 la commissione parlamentare antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte: la malavita dispone di una «imponente liquidità» che consente «di penetrare nel mondo economico modificandone i vecchi assetti» con il «coinvolgimento» del mondo delle professioni. Non era Cassandra, la commissione antimafia. Osservava la realtà. Che è peggiorata, come dimostrano i numeri. Distaccati e allarmanti. Paese Sera ha calcolato che dal luglio 2010 al luglio 2011 il valore dei beni sequestrati ai clan tra Roma e provincia è pari a 122 milioni di euro, quello dei beni confiscati è invece di 212. A queste due cifre, già importanti, va aggiunta una quota significativa (ma non esattamente quantificabile) di beni sequestrati in blitz fatti tra il Sud e la Capitale, per l’iperbolica cifra di un miliardo di euro.

Altri dati, molto interessanti, contri- buiscono a diradare la nebbia: il primo dice che sono 274 i procedimenti aperti dalla Dda nei primi sei mesi del 2011, il secondo che sono 293 i beni confiscati a Roma (dato dell’Agenzia nazionale al settembre 2011), il terzo riguarda le 211 nuove licenze attribuite a Roma nei primi 7 mesi dell’anno per i negozi di compro oro (il 20% in più dell’anno scorso), una cifra che gli investigatori considerano sospetta. Ma soprattutto un numero rivela l’enormità del capitale in nero: l’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia ha contato ben 2473 operazioni bancarie sospette a Roma (di gran lunga la prima città italiana) nei primi sei mesi del 2011. Una cifra che diventa ancora più preoccupante se si confronta con un altro numero: sono appena 84 le segnalazioni per questo tipo di attività a rischio arri- vate dal mondo delle professioni. Non a caso il direttore dell’Uif Gianni Castaldi, parlando all’Antimafia il 28 giugno, ha segnalato la presenza di «soggetti che, pur non essendo organici al crimine (…) ne sfruttano cinicamente i vantaggi, anteponendo alla legalità e alla giustizia meschini interessi personali».

Roma, per usare le parole del sostituto della Direzione nazionale antimafia Diana Di Martino, è lo «snodo essenziale per tutti gli affari leciti e illeciti», così le organizzazioni criminali «acquisiscono anche a prezzi fuori mercato, immobi- li, società e attività commerciali nelle quali impiegano i capitali illecitamente acquisiti». Un modo per acquistare «il controllo di rilevanti attività commer- ciali e imprenditoriali» e per dotarsi di «fonti di reddito importanti e lecite». Un processo inarrestabile e, tutto sommato, semplice. Per due ragioni: perché a Roma «c’è posto per tutti» (e quindi i clan non si fanno la guerra) e perché tutto avviene senza generare un significativo «allarme sociale», che poi significa anche che non c’è la giusta attenzione, non ci sono – forse – gli anticorpi necessari.

Le inchieste

Un quadro unico, e inquietante – quello che viene fuori dalle inchieste – nel quale, a cavallo tra legale e illegale, si muovono con ruoli diversi professionisti, imprenditori, faccendieri, funzionari di banca, politici, massoni e mafiosi. Come un grande monòpoli con in palio denaro a fiumi e il potere nella città di domani. Emblematico, in questo scenario, è il caso Pambianchi. Il presidente di Confcommercio (a processo il 15 novembre) e il suo socio, il commercialista Carlo Mazzieri, sono accusati dallo scorso marzo di eva- sione fiscale per 600 milioni di euro. La loro organizzazione (almeno 39 persone tra professionisti e prestanome), per la Polizia valutaria della Guardia di finanza, consentiva «mediante operazioni socie- tarie straordinarie di realizzare rilevanti operazioni immobiliari e societarie» e di ristrutturare «gruppi economici gravati da forte indebitamento con l’erario». Un meccanismo perfetto che utilizzava scissioni e fusioni ad hoc, cessioni di rami d’azienda e trasferimenti all’estero. Un affare per 703 società.

Altrettanto grave è il quadro che emerge anche dall’inchiesta su Gianfranco Lande, il promotore finanziario dei vip ai Parioli. Secondo le Fiamme gialle ha «raccolto abu- sivamente risparmio presso il pubblico dal 1994 al 2000»: un giro, su società inglesi e irlandesi, da 1500 clienti e 350 milioni di euro. Lande ha anche «trasferito oltre 700 posizioni abusive, per un totale di circa 235 milioni» a un’impresa francese apparentemente regolare. Tuttavia, allo scadere delle obbligazioni, i soldi invece che ai clienti sono finiti «su conti esteri nella disponibilità degli indagati». Fare la somma di vicende diverse e processi ancora da celebrare può essere arbitrario, ma impressionano, ancora una volta, i numeri: oltre 800 milioni di euro, tra presunte evasioni fiscali e risparmi finiti in un vortice d’illegalità. Dove può diventare difficile distinguere il confine tra vittime e carnefici, come ha sostenuto lo stesso Lande in un’intervista a Repubblica e come ha sottolineato il Giudice delle indagini preliminari dell’inchiesta, Simonetta D’Alessandro, nell’ordinanza di custodia cautelare per bancarotta fraudolenta emessa a settembre: alcuni clienti di Lande «hanno probabilmente capito la natura meramente apparente dell’impresa» e, “convinti” dai super interessi promessi, hanno comunque deciso di investire «sulla pelle» degli altri. Non è un caso, allora, se a fronte di 1678 vittime individuate, le querele sono appena 350. Altri aspetti tutti da approfondire riguardano il ruolo delle banche (tre i direttori di filiale indagati), della ‘ndrangheta (il clan Piromalli avrebbe minacciato Lande), dell’estrema destra (almeno una persona è appartenuta a Ordine nuovo). E c’è da valutare anche la posizione di un manager importante (ex di Finmeccanica) come Pierluigi Romagnoli (che ha curato l’affare degli aerei Eurofighter).

Business importanti. Ma forse non come quelli del gruppo di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con rapporti con i terroristi neri Mambro e Fioravanti, con uomini della Banda della Magliana e il boss Carmine Fasciani. L’inchiesta Broker ha svelato una rete di aziende italiane ed estere capace di mettere in piedi un giro da due miliardi di euro grazie a gigantesche operazioni di riciclaggio nel settore della telefonia (fu coinvolta innanzitutto Fastweb). Un piano criminale con ambizioni politiche: Mokbel nel 2008 infatti riuscì a portare in Senato con il Pdl il suo amico Paolo Di Girolamo, finito nei guai (e arrestato) per i suoi rapporti con la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, capace di garantirgli l’elezione nella cir- coscrizione della Germania. È certamente più piccolo il giro d’affari svelato dal pm Stefano Pesci a fine settembre, ma il quadro emerso è paradigmatico di un sistema pieno di incrostazioni. Le Fiamme gialle hanno scoperto migliaia di polizze (almeno 2660) concesse abusivamente attraverso un consorzio di garanzia fidi, la Congafid, i cui fondi venivano destinati a società titolari di centri estetici. A finire ai domiciliari il dominus della Congafid Nicola Defina e la sua compagna Sandra Zoccali: è titolare dal 2009 dell’Adonis, la holding che detiene il controllo dei centri estetici e, soprattutto, del Caffè Chigi sequestrato a luglio perché con- siderato di proprietà della ‘ndrangheta (vedi articolo a pag. 16). Affari e relazioni pericolose. E storie che si ripetono. Con imprenditori, faccendieri, picchiatori, usurai e uomini legati alla Banda della Magliana, alle mafie. Chi non ricorda, in questo senso, il crack di Danilo Coppola, protagonista della stagione dei “furbetti del quartierino” e capace di entrare nel salotto buono della finanza italiana. È il marzo 2007 quando l’imprenditore originario di Borgata Finocchio finisce in cella per un crac da almeno 130 milioni. Nell’inchiesta finiscono le banche (che hanno finanziato l’ascesa di Coppola), personaggi come Umberto Morzilli (vedi box a pagina 11), considerato dagli inve- stigatori vicino ad ambienti della famosa Banda della Magliana. Un quadro torbido, ed esemplare.

La mala romana e le mafie

«Non siamo a Napoli o a Palermo», si affanna a dire il sindaco di Roma Gianni Alemanno, lanciando l’ennesimo patto per la sicurezza da discutere a ottobre in consiglio comunale. Ma, è evidente, non siamo neppure di fronte a una “ba- nale” (si fa per dire visti gli omicidi e i ferimenti che si ripetono) emergenza di bande giovanili, per le quali il prefetto Pecoraro, dopo gli ultimi fatti di sangue, ha proposto l’istituzione di una task force. Roma, e non da oggi, deve fare i conti con una presenza forte dei clan. Calabresi, campani, siciliani, stranieri. E anche romani. Suggerisce un magistrato rigoroso, che per anni ha seguito le vicende criminali della Capitale: «Bisogna immaginare un consorzio, una sorta di Ati per capire il rapporto tra la mala romana e le mafie». Nel corso del tempo, «s’è cristallizzato un modello orizzontale di controllo delle attività imprenditoriali». Niente a che vedere con il verticismo di siciliani e calabresi e nemmeno con «il modello della Banda della Magliana, che in un certo momento controllava tutto in maniera solida», né bisogna rifarsi oggi al mito letterario di Romanzo criminale. Esiste uno schema «libero e particolarmente insidioso, evoluto, dal carattere fortemente imprenditoriale, aterritoriale e legato al settore di affare, con una straordinaria capacità di relazione con le altre forme di malavita organizzata». È il paradigma di Roma città aperta alle mafie, condiviso da altri magistrati. Dalle loro riflessioni, anche se con il vincolo della riservatezza, emerge un sistema in cui chiunque voglia fare affari trova un’operatività che con- sente di sviluppare il business al meglio: «è come se ci fosse un’agenzia di servizi criminali super efficiente».

Tuttavia i fatti di sangue dicono che qualcosa sta cambiando (e qualcuno il parallelo con le origini della Magliana lo azzarda). Che cosa stia accadendo ancora non lo sa nessuno. L’associazione Libera rileva tuttavia che i grandi traffici e la gestione dei reati «necessitano per l’ot- timizzazione dei profitti la formazione di una regia di controllo».

In passato

È accaduto che la mala romana abbia avuto rapporti con Pippo Calò e Cosa nostra, ci sono tracce di vertici tra la banda della Magliana e il boss della ‘ndrangheta Gior- gio De Stefano negli anni 70, ci sono i rapporti della Magliana con la camorra per la droga. Uno schema mobile, trasversale, infinitamente replicabile. La straordinaria (a suo modo) storia di Enrico Nicoletti, considerato il cassiere della Magliana, ne è un esempio. In quarant’anni è stato accusato di usura ed estorsione, di abusivismo finanziario e ricettazione, riciclaggio e bancarotta. Dalle indagini emerge soprattutto la ca- pacità di gestire rapporti e relazioni con chiunque, anche contemporaneamente, come dimostrano i suoi rapporti con cosa nostra, la ‘ndrangheta e la camorra, con personaggi della destra come l’ex Nar Massimo Carminati, con la politica e la Dc di Andreotti, con i servizi segreti. Lo dimostra anche l’inchiesta Ibisco contro una cosca della ‘ndrangheta guidata da Candeloro Loruccio Parrello, boss di Palmi (nel reggino), con la residenza a Grottaferrata e gli affari nella Capitale. Secondo il Ros dei Carabinieri, Parrello curava un gigantesco traffico internazionale di hashish e cocaina: nel suo clan c’erano broker romani come il principe Massimo Avesani, camorristi, ex esponenti della Magliana, un ex poliziotto e sudamericani. Lo sbocco di tutto questo erano operazioni immobiliari e finanziarie nella Capitale e il lusso di auto, ville e yacht.

Non c’è solo la ‘ndrangheta nelle radici della grande criminalità romana. Nella Capitale ha avuto una forte influenza un personaggio come Michele Senese uomo della camorra a Napoli ma non a Roma, dove è stato processato e assolto per 416 bis. Secondo i carabinieri, Senese, o pazzo, è un uomo della Nuova Famiglia, arriva a Roma negli anni 80, diventa il riferimento dei campani per tutti gli affari capitolini, traffica droga e controlla Roma Sud, il banco dei pegni, il mercato delle auto, entra negli appalti pubblici. Anche lui lavora con la Magliana e all’occorrenza con i calabresi.

E nessuno che vede

Sangue e soldi. Con ‘ndrangheta e camorra che fanno i grandi affari, i vecchi della Magliana che continuano a esercitare il loro carisma, i gruppi locali che si con- tendono il territorio a colpi di pistola. E soprattutto il mondo dell’economia che gode dei benefici del denaro sporco, soprattutto in epoca di crisi. Nel silenzio generale. Eppure, come dice nel 2008 l’ex sostituto della Direzione nazionale anti- mafia, Luigi De Ficchy (oggi procuratore a Tivoli) a Roma si lavora sulla crimina- lità organizzata «da trent’anni». C’è un ritardo di consapevolezza che la città rischia di pagare a caro prezzo. Ci sono le complicità istituzionali, le collusioni bancarie, le convenienze delle professioni, le colpe della politica, c’è il concetto della sicurezza declinato soltanto sull’ordine pubblico e i piccoli reati. E ci sono le forze dell’ordine che lamentano tagli a uomini e mezzi, una procura che vive un momento difficile: spaccata al proprio interno, con il capo in scadenza e il capo della Dda sotto indagine disciplinare per il caso Milanese.

Serve un’assunzione di responsabilità di tutti e di ciascuno. Non basta il lavoro prezioso delle associazioni antimafia. Il rischio è che Roma si ritrovi a vivere una stagione come quella in Sicilia negli anni 50, in Calabria negli anni 70 e a Milano negli anni 90. Quando nessuno ha voluto vedere. Anche quando si conoscono i nomi e i cognomi di chi sta aggredendo il tessuto economico e sociale della città. Basta scorrere l’elenco dei proprietari effettivi dei beni sequestrati solo nell’ul- timo anno, dal centro alla periferia fino ai comuni dell’area metropolitana, alle organizzazioni mafiose: Alvaro, Mallardo, Fairè, Schiavone, Cava, Ciarelli, Tripodo, Diana, Chianese, Pesce, Belforte, Gallico, Molè. E seguire la traccia dei soldi.

(Paese Sera n. 5 – Capitale in nero – Ottobre 2011)

Contro la mafia istituzioni nel caos

Gianni Alemanno che apre finalmente gli occhi, la richiesta di militarizzare la città, le strumentalizzazioni dell’opposizione, gli allarmi dei magistrati e le frenate del prefetto. I cittadini scossi per il duplice omicidio di Ostia non devono affrontare solo le mafie ma an- che il caos istituzionale. E se ne preoccupano, giustamente. Tuttavia devono abbandonare per sempre l’idea della delega antimafia, impegnarsi e provare a ripartire da questo big bang tentando innanzitutto di mettere in ordine i fatti e le analisi. A partire dal litorale: punta dell’iceberg e luogo in cui sembrano più forti e radicati i clan. Basta mettere in fila nomi come quelli dei Cuntrera-Capuano, dei Triassi, dei Senese, dei Fasciani per capirlo. Poi c’è la questione del duplice omicidio: “Sorcanera” e “Baficchio” erano uomini “di peso” e con rapporti stretti con gli uomini della Banda della Magliana (un fantasma che torna) come Paolo Frau ed Emidio Salomone entrambi uccisi. C’è anche il nodo delle istituzioni. Che sembrano vivere un momento di scollamento pesante. Con il capo della Dda Giancarlo Capaldo che alza il livello della preoccupazione e il prefetto Giuseppe Pecoraro che invece continua a parlare di “piccole bande”. Una dicotomia che genera smarrimento. E c’è la questione del mondo delle professioni e dell’impresa di cui colpisce il silenzio.

Poi la politica. E se appare persino imbarazzante l’osservazione del minisindaco di Ostia Giacomo Vizzani («sarebbe potuto accadere anche a Berlino»), si registra finalmente il capovolgimento di posizione di Gianni Alemanno. Che ammette che le spiegazioni (finora difese irresponsabilmente) della guerra tra bande sono «inaccettabili», che parla di rischio mafia e ipotizza persino che si paghi il pizzo (come solo Paese Sera ha soste- nuto per mesi). Certo, creano sconcerto la giustificazione del ritardo («mi era stato detto che si trattava di episodi isolati»), ma insomma meglio tardi che mai. Purché sia conseguente e spieghi la nuova posizione tra i suoi sodali. Dall’opposizione, salvo rare eccezioni, arrivano strali sguaiati e nessuna proposta vera. Adesso è davvero finito il tempo delle parole ed è giunto quello delle scelte, delle pratiche, delle posizioni inequivocabili. La politica deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e fare della lotta ai clan una precondizione per l’agire. Con un’avvertenza, però: reiterare la richiesta di più poliziotti per le strade è una posizione rituale e stanca, che ha tanto il sapore dell’alibi.

(Mammasantissima, Paese Sera n.7, Dicembre 2011)

Capitale in nero – L’analisi: sulle tracce dei killer

L’ultimo fatto riguarda Tor Bella Monaca e una bambina di dieci anni. Ferita, mentre cercavano di uccidere suo padre. Siamo arrivati fin qui, al sangue dei più piccoli. «Li abbiamo fermati in tempo», tranquillizza a giugno il prefetto Pecoraro parlando delle «piccole» ban- de che uccidono per le strade di Roma. Forse. Perché tra gli investigatori più esperti cresce la convinzione che «siamo di fronte a un innalzamento di livello» e soprattutto al fatto «che sono troppo pochi i casi risolti» (da ultimo, solo l’ag- guato del 2009 al boss della Banda della Magliana Emidio Salomone). L’errore, dice il segretario del Silp Cgil di Roma, Gianni Ciotti è «trattare l’omicidio come semplice omicidio, non andare a controllare cosa si sta muovendo dietro la città». E invece mettendo uno dietro l’altro gli omicidi, confrontando le dinamiche, incrociando vecchie e nuove inchieste appaiono con sufficiente chiarezza alcuni elementi che tengono insieme i fatti di sangue. Sono comuni i contesti criminali, sono analoghe le modalità delle esecuzioni: due perso- ne con casco integrale su uno scooter, la chiamata per nome della vittima, gli spari. «Così uccide la camorra», si lascia sfuggire un investigatore. Che avverte: «Ma a morire sono i romani».

Avviene con una certa regolarità almeno dal primo febbraio 1997. Da quando resta vittima di lupara bianca in uno scontro tra calabresi e campani un trafficante di droga come Salvatore Nigro, uomo vicino al cassiere della Magliana Enrico Nicoletti. A incontrarlo per ultimo è l’imprenditore Umbertino Morzilli, anche lui in affari con Nicoletti, coinvolto nel crack di Danilo Coppola e ucciso nel febbraio 2008 a Cen- tocelle. Un contesto torbido, fatto di droga e rapporti con le mafie, nel quale restano uccisi anche Gennaro Senese (anche lui nel 1997), Giuseppe Carlino (settembre 2001), il vecchio boss della Magliana Paolo Frau (18 ottobre 2002) e Michele Settanni (22 novembre 2002). Una scia di sangue che ci porta dritti al 2011. All’omicidio di Angelo Di Masi (al Prenestino, il 19 gennaio), all’assassinio di Simone Colaneri, il 27 luglio a Torrevecchia. All’agguato di Flavio Simmi, figlio di un gioielliere con contatti con la Banda della Magliana ma prosciolto da ogni accusa, freddato a Prati il 5 luglio.

«Lo stesso contesto di sempre», dice chi di morti a Roma ne ha visti tanti. Di sicuro «roba seria». Più in generale, «possono essere sgarri che finiscono nel sangue o una vera guerra tra bande», dice un investigatore. Magari per consolidare i rapporti con ‘ndrangheta e camorra. Di sicuro c’entra la droga, di sicuro molti – per via diretta o indiretta – lavoravano per le mafie. Di sicuro, se si vuole capire, sono fatti che per essere meglio compresi andrebbero inseriti in un quadro generale. Ancora non è così, purtroppo.

(Capitale in nero, Paese Sera n. 5, Ottobre 2011)


Sorpresa, a Roma ci sono i mafiosi

E’ la storia che si ripete. Seguendo in maniera mal- destra il canovaccio di sempre. A Roma si spara, si sequestrano locali in pieno centro, si ricicla denaro per miliardi e le reazioni sono sempre le stesse. Da venti anni, forse di più. Ripetitive, irresponsabili, sorprese. Eppure che anche a queste latitudini le mafie siano una realtà può essere una novità solo per chi finora non ha saputo o, peggio, voluto vedere. È il lontano 1991 quando la commissione parlamentare Antimafia scrive: «I fatti, meglio sarebbe dire i cadaveri che insanguinano la Capitale, danno ragione a chi sostiene l’esistenza in Roma di una criminalità organizzata operante secondo gli stilemi delle associazioni mafiose». Fa anche nomi la Commissione, spiega fatti e circostanze, ricostruisce scenari. Parole pesanti, che avrebbero dovuto mettere in guardia sin da allora. S’è preferito invece chiudere gli occhi, parlare di sensazionalismo, gridare al complotto contro l’immagine ferita della città. Come quando la Direzione nazionale antimafia – ormai chissà quante volte – ha rilanciato l’allarme nelle sue relazioni annuali, come quando (per fermarsi soltanto agli ultimi anni) nel 2009 Libera informazione di Roberto Morrione ha pubblicato il dossier dal provocatorio titolo “Mafia e cicoria”, come quando l’Osservatorio regionale presieduto da Enzo Ciconte ha mappato la presenza dei clan, come quando a sistematizzare l’influenza delle cosche ci ha pensato il Silp Cgil. O, ancora, tutte le volte che le inchieste dei magistrati capitolini hanno svelato nuovi intrecci e interessi. Fino all’audizione del procuratore Diana De Martino davanti alla Commissione criminalità del Consiglio regionale del Lazio, in primavera, agli arresti di Enrico Nicoletti e di Giuseppe De Tomasi (ma non era morta la Banda della Magliana?), alla confisca definitiva del Cafè de Paris.

Qualcosa non va se stupisce così tanto che a Roma si può sparare e uccidere in pieno giorno, se quasi nessuno va a fondo ai nodi economici e sociali legati ai clan. Non bastano le manifestazioni rituali, le parole di circostanza, gli allarmi generici, l’invocazione di più pattuglie per strada. Serve un’assunzione piena di responsabilità. Che ancora non c’è. Forse è per questa ragione che appare così grottesco vedere il sindaco Alemanno, in piena emergenza criminalità, saltare sulla moto e “andare a caccia” di squillo, chiedendo a gran voce una legge contro la prostituzione.

(Mammasantissima, Paese Sera n. 4, Settembre 2011)