Il romanzo “Chiaroscuro” in libreria

DCchiaroscuroDa domani in tutte le librerie troverete “Chiaroscuro”, il mio primo romanzo, edito da Bompiani.

È un thriller politico-criminale ambientato tra Reggio Calabria, Roma e New York ed è il racconto di una generazione irrisolta e senza pace.

È la storia che ho sempre voluto scrivere.

L’ho fatto con passione e spero tanto che quest’estate ognuno di voi voglia leggere e magari commentarlo. Anche per questo oggi inauguro la fan page che accompagnerà questa nuova avventura. Mi auguro vogliate condividerla in tante e in tanti.

Un piccolo spoiler.

Il protagonista del mio romanzo si chiama Federico, fa il magistrato a Reggio Calabria, ha ambizioni politiche e un promettente futuro. Ma da un momento le cose precipitano: una festa in una villa sul mare, una bella ragazza, una serata di alcol e sesso e poi, nel cuore della notte, uno sparo e un letto insanguinato.

Vorrei dirvi di più, ma s’è svegliata mia figlia Bianca.

Buona lettura.

Under. Giovani, mafie, periferie

2Giovani, spesso anche minori, gambizzati e uccisi. Un esercito cresciuto all’ombra dei clan e dei “cattivi maestri”, pronto a morire o uccidere. Per soldi o per il solo fascino del potere che si trasforma in consenso sociale. I protagonisti di questa opera che nasce da un dossier dell’Associazione antimafie daSud, realizzato con il contributo della Fondazione con il Sud, sono soprattutto loro, gli adolescenti cresciuti troppo in fretta, o troppo presto uccisi, e le loro storie, di droga e arresti, armi e omicidi, che balzano agli “onori” delle cronache con una frequenza allarmante, ma il più delle volte in maniera superficiale. Anche sui grandi media, che all’approfondimento di un fenomeno spesso preferiscono la spettacolarizzazione. Al contrario, il legame tra il mondo dei giovani e il sistema mafioso, la trasmissione di ruoli e “valori”, continua a essere un tema di grande attualità. Per questo, ora più che mai, è necessario provare a elaborare una analisi puntuale su questo rapporto, studiando il contesto sociale dove questo legame si salda, a partire dalle periferie delle nostre città. “Under” è essenzialmente questo: un viaggio in prima persona nel paese reale dei baby criminali, quello della strada, della scuola, della famiglia o del carcere, e allo stesso tempo un’immersione nell’immaginario del cinema e dei social media. Un’opera corale che oltre a restituire uno spaccato drammatico del nostro paese prova a individuare gli strumenti per affrontarlo e costruire un nuovo futuro.  >> CONTINUA A LEGGERE 

La ’ndrangheta tradita dalle madri (Pagina99)

Cellula alla base dell’organizzazione, scrigno per custodire le regole, luogo sicuro per progettare e proteggere gli affari, asse attraverso cui trasmettere lo scettro del comando. C’è la famiglia all’origine delle fortune della ‘ndrangheta.

“I vincoli familiari – sostiene lo storico Enzo Ciconte – sono stati la più potente forma di protezione delle cosche calabresi: difficilmente sei disponibile a parlare contro un fratello o un genitore”. Non è un caso, allora, se a fronte dei 1235 pentiti italiani (dati 2015 del Servizio centrale di sicurezza) solo 156 appartengano ai clan calabresi: la metà di Cosa nostra e appena un quarto della camorra.

Sono state queste solide radici familiari, insomma, insieme alla capacità di stare nel potere e nel capitalismo, all’esercizio della violenza e alla scelta di non partecipare alle stragi degli Anni Novanta, a permettere alla ‘ndrangheta di costruire la sua dimensione glocal – testa in Calabria, mani nei cinque continenti – e a determinarne l’inarrestabile ascesa.

Eppure oggi, proprio mentre la ‘ndrangheta raggiunge il primato mondiale nel traffico della cocaina, il cuore del sistema mostra le prime inattese crepe.

Un’iperbole di ottimismo? Possibile. Ma forse vale la pena riordinare i pezzi di questa macchina perfetta, che inaspettatamente rischia di incepparsi.

I FIGLI DELLA ‘NDRANGHETA. La prima, e forse più importante, spia rossa per i boss è comparsa tra i dati del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dove è in corso una piccola rivoluzione: dal 2012 ad oggi, infatti, il presidente del Tribunale Roberto Di Bella ha emesso 40 decreti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale. Significa cioè che 40 ragazzi e ragazze sono stati “tolti” ai genitori ‘ndranghetisti e stanno vivendo una nuova vita. Un colpo concreto, e anche di immagine, per i clan.

“Abbiamo dato a questi giovani la possibilità di conoscere un’alternativa e di decidere del loro futuro”, racconta il magistrato. Raggiunta la maggiore età, sono loro a scegliere se continuare a vivere liberi o tornare nel clan. Un processo sociale difficile, sul cui esito nessuno può offrire garanzie, ma “finora – rassicura Di Bella – abbiamo ottenuto risultati importanti anche con situazioni che sembravano impossibili e, da quanto ci risulta, nessuno ha più commesso reati di mafia. Inoltre anche chi è rientrato a casa continua a chiederci sostegno”.

Una goccia nel mare, forse. O piuttosto un insidioso granello di sabbia dentro un delicato ingranaggio.

LE DONNE DELLA ‘NDRANGHETA. I primi decreti del Tribunale sono stati emessi quando è diventata più stretta la collaborazione con la procura antimafia “che ci segnala in tempo reale le situazioni familiari di disagio e le contraddizioni su cui provare a intervenire. Ma nel 90/95% dei casi – spiega Di Bella – è nelle madri che troviamo sponde affidabili: hanno capito che i nostri provvedimenti non hanno una logica punitiva e sono invece a tutela dei ragazzi. Sono loro a chiederci di intervenire e allontanare i figli dai contesti criminali”. Naturalmente non si comportano tutte nello stesso modo. “In alcuni casi sono sponde silenziose, di chi non si oppone. Altre volte – aggiunge il magistrato – vanno via con i figli e cercano anche loro l’occasione per rifarsi una vita”.

Sono sempre di più, e sempre più determinate le donne. Per ragioni tutto sommato semplici. “Fanno una considerazione molto semplice: la repressione, gli arresti e la legge sui beni confiscati hanno cambiato la prospettiva – spiega don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc) e referente territoriale di Libera – e adesso si chiedono quale futuro possono garantire ai propri figli: un tempo lasciavano la ricchezza, adesso quasi nulla. Così hanno capito che il clan non conviene più”. Lo conferma il pm della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino: “Inizialmente la ‘ndrangheta ha rappresentato anche un fattore di emancipazione sociale – sottolinea – Le donne sopportavano i sacrifici perché alla scalata criminale del marito corrispondeva la loro crescita economica e sociale. Erano le garanti della stabilità della famiglia perché avevano un obiettivo comune”. Non è più così: “Adesso molte famiglie hanno subito conseguenze pesanti dal punto di vista economico e affettivo con lutti o lunghe carcerazioni. Insomma – osserva Musolino – si guadagna poco e si rischia molto”.

Ci sono poi scelte personali molto forti, a volte estreme. Come quella della testimone di giustizia di Rosarno Giuseppina Pesce, capace di far condannare i suoi parenti. O di Maria Concetta Cacciola, anche lei rosarnese, indotta a suicidarsi per avere voluto proteggere i figli dalla sua famiglia. Più delicata e controversa la storia di Maria Rita Lo Giudice, la 24enne nipote di un boss pentito che s’è tolta la vita a Reggio Calabria lo scorso aprile. Un fatto senza una spiegazione chiara – e che quindi merita massima cautela e prudenza nei giudizi – che il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ha commentato così: “Abbiamo perso una ragazza che stava provando a percorrere un cammino diverso perché non abbiamo avuto la sensibilità di comprendere che ci sono mutamenti a cui tutti devono concorrere”. Nessuno conosce le ragioni intime della sua scelta, ma è certamente un fatto che ha molto interrogato la città.

IL CONSENSO. Lentamente, e in maniera disordinata, le cose stanno cambiando. Non siamo più gli anni Ottanta, quando nel primo maxiprocesso 31 dei 33 sindaci convocati dai magistrati addirittura negarono l’esistenza stessa della ‘ndrangheta. Ma non è iniziata nessuna tangibile ribellione civile. Anzi. “Conosciamo però storie particolari, di parentele, frequentazioni, fidanzamenti mafiosi – racconta Stefano Musolino – che non sono più accettati socialmente come in passato. Non è ancora un fenomeno diffusissimo, ma cominciamo a registrare dei timidi segnali. Soprattutto a Reggio Calabria, molto meno nei paesi della provincia”.

Scricchiolii, dentro enormi contraddizioni. Basti pensare alle parole – diventate un caso sul web e riprese dai tg nazionali – pronunciate lo scorso 10 aprile dal colonnello Giancarlo Scafuri, comandante provinciale dell’Arma di Reggio Calabria. Durante il suo intervento alla commemorazione del brigadiere Rosario Iozia ucciso 30 anni fa in Calabria, il carabiniere faceva notare che in certi contesti si fa ancora fatica persino a nominare la parola ‘ndrangheta. La strada insomma è ancora molto lunga. C’è paura, c’è disagio, c’è povertà. E in troppi continuano a considerare conveniente chiedere un favore o fare affari con le cosche. Ma i processi sociali non sono mai lineari e, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, alcune scelte della ‘ndrangheta – che non hanno ancora conseguenze apprezzabili – alla lunga potrebbero costare caro. Tra i cittadini hanno destato molto malumore (seppure ancora silenzioso) gli attacchi ripetuti ai servizi – uno scuolabus incendiato a Martone, un attentato contro un (futuro) centro culturale a Caulonia, le fiamme contro l’impianto dei rifiuti a Gioiosa Ionica, i lavori “truccati” nelle scuole di Locri. Lo scorso autunno ha provocato sconcerto, e alcune manifestazioni, l’indegna e abietta violenza sessuale di gruppo contro una bambina di Melito Porto Salvo.

“Certe spavalderie – ragiona Musolino – non passano più inosservate: lasciano tracce tra le persone e cominciano ad avere conseguenze penali serie”. Il riferimento è all’operazione “Eracle” sui condizionamenti (con spaccio, risse, il servizio di security) della movida reggina che pochi giorni fa ha portato a una ventina di arresti. “Diventando più temuta, anche l’attività repressiva può rappresentare un fattore di cambiamento sociale e può servire a far diminuire il mito e il consenso della ‘ndrangheta”.

Sarebbe tutto più semplice “se ci fosse una risposta dello Stato integrata, capace di unire repressione e politiche sociali e culturali” sottolinea il pm napoletano Francesco Cascini, che ha appena concluso la sua esperienza al vertice del Dipartimento della giustizia minorile. O se, per esempio, il Tribunale per i minorenni di Reggio potesse davvero operare in stretta sinergia con i servizi del territorio. Una cosa banale, eppure impossibile. Infatti “in tutta la provincia su 83 comuni – denuncia Cascini – ben 81 non hanno il servizio sociale e anche le politiche socio-sanitarie sono sostanzialmente assenti”.

IL MOMENTO DELLA SFIDA. Tuttavia anche se la ‘ndrangheta è forte e lo Stato non sempre all’altezza, se la risposta dei cittadini è debole e le compromissioni ancora pesanti, può essere questo il momento di alzare il livello della sfida, di provare a costruire un’antimafia delle opportunità per le ragazze e i ragazzi dei clan o che rischiano di finire tra le grinfie dei clan. Di produrre cioè nuovi granelli di sabbia da immettere nell’ingranaggio mafioso.

“La ‘ndrangheta non vive nell’Iperuranio – sostiene lo storico Ciconte – e come la società subisce processi di trasformazione. Non è più quello di un tempo il senso della famiglia e le cosche non hanno più la compattezza del passato: anche nella ‘ndrangheta ci sono poche famiglie molto ricche e tanti che sopravvivono o addirittura poveri. Il sistema che conoscevamo comincia perciò a segnare il passo”. Per questa ragione, la principale scommessa dell’antimafia di oggi “salvare i figli – sottolinea don Demasi – Bisogna trovare il modo di avvicinarli sin da piccoli, entrare nelle famiglie, cominciare a seminare. E farli partecipare a un gioco in cui le regole le dettiamo noi e non più loro”. Si tratta di una strategia “che forse non funzionerà per i figli dei boss – sostiene – ma che è fondamentale per i figli dei cosiddetti manovali”.

Insomma sarà anche vero che la strada resta in salita e non è saggio farsi facili illusioni, sarà anche vero che la ‘ndrangheta globale “si muove ormai a livelli altissimi nell’economia, nella finanza, in borsa con la la droga – sottolinea il pm Musolino – Ma la sua forza sta ancora nella capacità di tornare alle origini. E se, poco per volta, dovesse perdere davvero la solidità della famiglia, se dovesse perdere l’aggancio con il territorio e le radici… magari…”. Magari l’iperbole di ottimismo potrebbe diventare pratica della realtà. E, chissà, la macchina perfetta incepparsi davvero.

*Pubblicato su Pagina99

Oltre la retorica, l’eredità dimenticata di Falcone

Sono ore di retorica a buon mercato e ricordi confusi, di parole in libertà e menzogne opportunistiche. Istituzioni che organizzano commemorazioni di maniera. Santificazioni.

E invece, a 25 anni dalla strage di Capaci, Giovanni Falcone andrebbe ricordato con verità e con rigore. Per rendergli giustizia, e perché faremmo un favore a tutti noi.

Non dovremmo allora raccontare soltanto il Giovanni Falcone martire. Dovremmo concentrarci piuttosto sull’uomo e sul magistrato, sull’intellettuale. L’uomo normale e imperfetto, che ha commesso errori, ha avuto paura e ha sofferto. Il magistrato formidabile, che ha cambiato di segno la lotta alla mafia. L’intellettuale capace di leggere fin dentro le viscere del Paese del suo tempo e che parla – ancora inascoltato – all’Italia di oggi, mettendola di fronte a uno specchio che mostra responsabilità, vuoti, inadeguatezze.

Sono molte quindi le cose da ricordare della storia di Giovanni Falcone, e da calare nella nostra realtà. La capacità di leggere i fenomeni mafiosi nella loro complessità, a partire dalla scoperta dei legami tra il denaro della droga, l’imprenditoria e la politica o dall’individuazione di un ruolo di “menti raffinatissime” e “centri occulti di potere” all’interno della mafia. Le doti professionali, che lo porteranno a istruire (e vincere) il primo maxiprocesso o ad acquisire una dimensione internazionale. Il senso del lavoro di gruppo: Falcone ha grande personalità, eppure crede nel pool (fa impressione, se rapportato a certi personaggi di oggi così autocentrati, pronti a tutto pur di andare sui giornali). Il senso delle istituzioni (nonostante le istituzioni). L’essere uomo del popolo (indispensabile, per esempio, per trovare un terreno di comunicazione con il primo pentito, Tommaso Buscetta). Le proposte di riforma (la Procura nazionale antimafia e la Dia, il 41bis e la legge sulla confisca dei beni) che hanno cambiato la lotta ai clan.

L’idea, “banale” e attualissima, secondo cui è importante parlare di mafia, ma è “importante parlarne correttamente” (deflagrante, se rapportata al dibattito di questi anni in cui chiunque si avventura in analisi sui clan e il 416 bis senza avere mai letto neppure una sentenza). Il concetto di professionalità dei magistrati che, per Falcone, significa “innanzitutto adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora”. Chissà se fischiano le orecchie a certi magistrati di oggi.

Eppure non è solo su questo che vorrei si concentrasse l’attenzione. Altre cose della vicenda e del pensiero di Falcone io credo servano all’Italia di oggi. Ricordare, per esempio, il Falcone sconfitto. Che da magistrato che ambisce a un ruolo viene ripetutamente bocciato: giudice istruttore, Alto commissario antimafia, membro del Csm, procuratore antimafia. Sconfitto e rispettoso (silenzioso, al contrario di certi magistrati sempre pronti a lamentarsi di una nomina sfumata). E il Falcone isolato. Quello del “corvo” al tribunale di Palermo e dei veleni, quello che temeva di essere ucciso e quello circondato da cittadine e cittadini infastiditi dalle sirene delle scorte e che chiedevano (come fece una donna dalle colonne del Giornale di Sicilia) di trasferire i magistrati in periferia così da non correre il rischio di essere coinvolti in un attentato. Quello contestato e delegittimato per ogni iniziativa (dal sequestro degli assegni ai viaggi all’estero). Quello della paura. “L’importante – diceva – non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”.

E infine le due eredità più importanti, per le classi dirigenti diffuse, per la società civile, per la magistratura, per il movimento antimafia, per i cittadini. La prima l’ha raccontata Paolo Borsellino ricordando che Falcone, seppure per un breve periodo, era entusiasta perché “la gente fa il tifo per noi”. E non perché auspicava un meccanismo di delega nei confronti dei giudici, ma perché nella società palermitana, che fino a quel momento aveva osteggiato le inchieste, stavano finalmente avvenendo delle trasformazioni sociali importanti. La seconda invece – l’insegnamento più importante – l’ha scritta e detta lo stesso Falcone: “La mafia rassomiglia ai palermitani, ai siciliani, agli italiani. I mafiosi non sono dei marziani”. L’ideologia della mafia “non è altro che la sublimazione e distorsione di valori che in sé non sono censurabili ma propri di larghi strati del Mezzogiorno d’Italia”. La mafia “non è estranea al tessuto sociale che la esprime”, non è un cancro “proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione”.

C’è un problema di fascino e di consenso. Di possibilità di scegliere e di credibilità delle istituzioni. Di opportunità e poca conoscenza. È questo il portato di Giovanni Falcone, questa la sua grandezza. La convinzione, dolorosa e lucida, di vivere in una società che ha tra i suoi tratti anche la presenza della mafia. E quindi la consapevolezza di poter vincere la battaglia contro la mafia non per una sentenza di condanna o una legge approvata in Parlamento, ma soltanto quando la gente si schiera dalla parte del cambiamento. Perché l’antimafia o è un modo di osservare il mondo ed è larga e popolare o semplicemente non è.

Questo è il Falcone che mi piacerebbe fosse ricordato, che sarebbe bello avere alla base di una nuova identità di questo paese. Un uomo e un magistrato scomodo, che ci scruta dentro – Istituzioni, movimenti, politica e cittadini – e non fa sconti. Che chiede impegno, rigore, serietà. Forse non è un caso, invece, che questi suoi tratti vengano tenuti sullo sfondo a vantaggio di un’immaginetta che – commemorazione dopo commemorazione – perde sempre più colore e significato.